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Sep 16, 2009 8:19pm

Vecchia troja dulcamara

decubito:

*Poesia nella quale il poeta si reca in sobborghi periferici senza scalare le marce

Signorina dulcamara lei s’attarda noscialante
in tangenziali spoglie di un amaranto oscuro
quante’è dunque il suo valore?
Una luna? Un mare? Un sagittario candido e un chinotto?
Ah, centeuri? No troppo.

E lei invece
sicumerica fanciulla, con ali estrose
che la trascinano nel vento
mi dica lei, allora,
di qual fendente soldo ci si dovrà armare per abbracciarle il core?
mi dice settanteuri dunque? No, amor mio, le piango un “troppo”.

Ma cosa vedono i miei occhi stanchi?
velati tulle di donna sapiente e altèra?
Non oso chiederle madama, di qual colore
bisognerà adornare il cielo
per aggraparsi al suo timido, chimerico, armeggiare.

Può l’uomo moderno, ignaro e perficiale
obiettare la saggezza delle ère?
Capire fininfondo il cadente doppiomento
di saggezze osteoporosi?
Può il giovine impellente cogliere a fondo il puzzodore
di callosi mammelloni?

Gallina vecchia fa buon brodo, lei mi accenna
e dugenteuri appena e più.
Ma mi scuso a rammentarle
dolce madre e sacra urna
son venuto per scobarne
mica a far dei cappelletti.

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