A Chiare Lettere tumblr
Amotribàl
*Poesia nella quale il poeta pianifica tragitti, su terre umide e deserte.
Ho appoggiato al muro
una borsa e una borraccia
stanotte parto
sbatto la porta e ti attraverso
per lungo
e non mi fermo mai
fino a che non cado
dai piedi, sul tappeto
circumnavigo i tuoi punti d’interesse
ti traccio col gpstra un’ora ti attraverso
e non mi lascio distogliere dalle teste di bisonte nella sabbia
non mi fermo a fotografare
e mangio in fretta
sotto gli alberi e le ombre
fino a che non cado
dai piedi, sul tappeto
e mi rialzo
spolverandomi il giacchetto
e aggiustandomi il collettoe lì traccio un confine
dritto come quelli del deserto, africani, nel sahara
dopodiché
fate voi pure, stranieri, onu, occidentali,al di qua non siamo una democrazia.
Secondo me è bellissimo.
Oggi il mio professore di greco e latino, mentre prendevamo il caffè alle macchinette, mi ha raccontato un aneddoto.
(tratto da jaccusetedhughes)
Hannah Arendt e Martin Heidegger, nei primi anni venti, avevano una relazione segreta. Hannah era ebrea, perciò, quando furono promulgate le leggi razziali, sposò un uomo di convenienza ed emigrò negli Stati Uniti. E, volente o nolente, dovette rompere con Martin, che era iscritto al partito nazionalsocialista, nonostante non ne condividesse le idee. Era il 1933 quando si videro per l’ultima volta. Negli anni successivi non ebbero più notizie l’uno dell’altra, se non deboli echi delle rispettive fame. Hannah divenne sempre più famosa come conferenziera e Martin fu nominato rettore dell’università di Friburgo, e una volta finita la guerra cadde in disgrazia, come tutti coloro che avevano rivestito una qualche carica sotto il nazionalsocialismo. Quando, ormai negli anni cinquanta, Martin venne a sapere che Hannah avrebbe tenuto una conferenza nella sua città, decise di assistervi per rivedere, senza essere visto, quel suo amore, forse mai dimenticato, forse no. Alla conferenza Martin sedette in un angolo, io me l’immagino un po’ rannicchiato, infagottato in un impermeabile. Curioso e probabilmente spaurito, convinto della sua invisibilità. Hannah entrò, si guardò attorno e cominiciò il suo discorso. E disse:
“Signori, signore, caro Martin, benvenuti”.
Non si vedevano da vent’anni.
Arriveranno gli ottimisti
*Poesia nella quale il poeta attende i portatori di almanacchi per rendersi ostile
Arriveranno gli ottimisti
e ci carpiranno i peli del naso,
noi chiederemo perché,
loro ci diranno beh daipoi arriveranno i pessimisti
e sbatteranno la testa contro i nostri ginocchi
noi chiederemo perché,
loro ci diranno ma nosolo dopo arriverò io
senza peli del naso
e coi ginocchi sbucciati
una bombatomica sotto braccio
e un passerotto
e una promessa validavi deluderò.
Ti ricordi quei giorni?
Uscimmo dopo le canzoni per camminare piano…
Ti ricordi quei giorni?
Gli amici bevevano vino, qualcuno parlava e rideva, noi quasi lontano,
vicino a te,
vicino a me
e ci parlammo ognuno per lasciare qualcosa,
per creare qualcosa, per avere qualcosa…
Ti ricordi quei giorni?
I tuoi occhi si incupivano, il tuo viso si arrossava
e ti stringevi a me nella mia stanza,
quasi un respiro, poi mi dicesti “Basta,
perché non voglio guardarti,
perché ho paura ad amarti”.
E dicesti, e dicesti e dicesti…
Le tue parole
quasi io non ricordo più,
ma nemmeno tu ricordi niente….
Ora dove sei e che gente
vede il tuo viso e ascolta
le tue parole leggere,
le tue sciocchezze leggere,
le tue lacrime leggere,
come una volta?
Che cosa dici ora
quando qualcuno ti abbraccia
e tu nascondi la faccia
e tu alzi fiera la faccia
e guardi diritto in faccia
come allora?
Qui un poco piove e un poco il sole,
aspettiamo ogni giorno
che questa estate finisca,
che ogni incertezza svanisca…
E tu? Io non ricordo più
che voce hai…
Che cosa fai?
Io non credo davvero
che quel tempo ritorni,
ma ricordo quei giorni,
ma ricordo quei giorni,
ma ricordo quei giorni
ma ricordo…
La tapina
*Poesia nella quale il poeta sobilla menabbienti a reclamar dovuti
Entrò in panetteria
lui e la poverecchia
nessuno li guardava, cacava, nsiderava
esplose
mani in alto questa è una tapina
prese un maritozzo
ricco con la pannae prima di fuggire
glielo si mangià- le mani a conchetta, li denti a seghetta, le mani imbiancate, li denti a vendetta -
ronò.
l’altra metà sta in Cina
nella lunga marcia verso il Fiume Giallo.
E poi ogni mattina, dottore,
ogni mattina all’alba
il mio cuore lo fucilano in Grecia.
E poi, quando i prigionieri cadono nel sonno
quando gli ultimi passi si allontanano
dall’infermeria
il mio cuore se ne va, dottore,
se ne va in una vecchia casa di legno, a Istanbul.
E poi sono dieci anni, dottore,
che non ho niente in mano da offrire al mio popolo
niente altro che una mela
una mela rossa, il mio cuore.
E’ per tutto questo, dottore,
e non per l’arteriosclérosi, per la nicotina, per la prigione,
che ho quest’angina pectoris.
Guardo la notte attraverso le sbarre
e malgrado tutti questi muri
che mi pesano sul petto
il mio cuore batte con la stella più lontana. - Angina Pectoris - Nazim Hikmet
