*Poesia nella quale il poeta spara a Juri, in giù, per vedere che fa
Se getti un sasso
in un pozzo
per qualche motivo, non che debba farlo
ma se ti trovi lì
con una pietra
e la getti in un pozzo
per un po’ non succede niente
poi fa toc
se non c’è acqua
splof
se c’è acqua
tleng
se c’è della roba di metallo
e tu
che senza alcun motivo,
in quel sopra di silenzio doloso,
non aspettavi altro.
(Fonte: decubito)
*Poesia nella quale il poeta interroga gli alunni ascopo di vessazione
Segnati tutto
le cose che dico, le cose che faccio
le cose che penso, le cose che mangio
scriviti tutto su un blocchetto
duecentosei pagine
scritte in piccolo
un blocchetto coi fogli incollati
sul dorso
che se tiri di più si staccano a pezzi
si spezzano a mezzo
come un mattone
e tu staccali, spezzali
facci cartacce
lasciali in giro come ciuffi di polvere
lascia che gli altri li prendano a calci
e quando hai finito tutto il blocchetto
chiudi gli occhi, concentrati bene
e poi amami a mente
quello che ti ricordi
e se non ti ricordi
mi prendi da parte e mi dici
guarda, questa la so, solo che adesso ho un vuoto di mente
io ti boccio, ti strillo,
ti dico vergogna,
e poi dopo
ripeti l’anno
ti do un nuovo blocchetto
per farti annotare
le cose che faccio, le cose che dico
le cose che spando, le cose che spacco
ma tu, vai tranquilla,
amami a mente
secchiona di merda
tanto lo sai che alla fine
ti boccio.
Adesso che sei stesa in questa ridicola bara di legno chiaro con un angelo in rilievo sul coperchio,
(non ti hanno assemblata bene, le palpebre sono state invertite e l’orecchio destro dovrebbe essere più in basso),
finalmente posso amarti senza richiamare le forze dell’ordine,
gli assistenti sociali,
l’amministratore del condominio,
la tua vicina di casa,
la portinaia rumena,
e mentre i tuoi parenti mi abbracciano e dicono che lo troveranno quello che ti ha fatto questa cosa,
(sapessi con quanta convinzione ripetono “non è giusto”)
dico di fare presto a chiudere il coperchio,
prima che il nostro amore diventi vapore e si mischi al fiato dei presenti,
diventando per sempre colla.
Da “Satura” Xenia I
Eugenio Montale
Qualcuno, i più esperti delle cose ancora da nascere, i cercatori delle destinazioni, i non nostalgici, andrebbero volentieri nel futuro. L’ideale sarebbe fare balzi enormi, da fiera umana che si nutre di latte di batteria, di acido polverizzato, di silicio per endovenosa, passando da un anno all’altro, senza approfondire, senza necessariamente vivere o addirittura toccare la vita lì in basso; consumare lo spazio, sorvolare tutto e tutti, inspirare e con questa rincorsa d’aria farci una stagione, passare sopra maggio, giugno, luglio assorbendo lo spettro giallo che emana da terra, lì in basso, dove alacri umani che si accontentano tessono il futuro del prossimo maggio, giugno, luglio, che noi vedremo tra 9 minuti-uomo, il tempo di svoltare la curva di dicembre e di sporcarci le mani della porporina argentata di gennaio.
Ovviamente, per sperimentare questo tipo di vita futura, anzi di vita futurizzata, bisogna essere immortali. Altrimenti, la forma più completa di futuro, l’atto che solo, e sicuramente, e nel modo più totale e abbandonato ci può consegnare all’avvenire è il suicidio.
(da leggere tutto)
*Poesia nella quale il poeta scafandra le pareti del cervello per ottenerne una grappa di cose
Imparo la malinconia muta
delle mucche
e degli altri animali
da sugo.
Succhio la vita
ma stai zitto imbecille
la vita non si succhia
non è né un calippo
né quel peggio
nonenné
quel porco che avete in mente
la subisco invece
la subo
sudo la vita residua
come un metalmeccanico al secondomila turno
quando la moglie torna
e non ha mica un amore eterno
no
ha una cosa tipo
tassotti
ma eterno
il bene stupido
che torna la sera e si presenta
per bene, stupido
me la merito la malinconia?
dove si pagano le tasse del bene assolto?
il mai, come si costruisce
un mai buono?
Imparo la malinconia,
suca,
le mucche
e gli altri animali
da muto.